La azzurra compagna di mille battaglie agonistiche e non, nacque quasi per caso alla fine dei 90’s, per poi andare definitivamente a imporsi come una delle più longeve, classiche ed innovative racchette di tutto il nuovo decennio.

Dicevamo quasi per caso, infatti, Messieur Babolat, 80 (ottanta) anni, dopo aver inventato la prima corda da tennis in budello, decise di lanciare una linea di racchette marchiate Babolat.

“Ma sei matto”? più di uno in azienda commentò.

Per iniziare inserì in produzione tre linee, una agonistica, una amatoriale, una semiamatoriale.

E proprio per questa linea venne ideata una racchetta azzurra, piuttosto leggera ( circa trecento grammi), rastremata a chiudere la testa con un profilo di 24 mm.

Racchetta derivata da un attrezzo che, a dire la verità, girava già da parecchio , a marchio di una nota azienda cinese.

Le versioni iniziali erano due, la Pure Drive e la Soft Drive, racchetta ancora più leggera, seppur con una grafica molto simile.

Capita poi che Babolat inizi a contattare i giocatori professionisti, che volessero fungere da primi testimonial e nell’estate del novantasei, un giovane spagnolo belloccio, Carlos Moya,  prova la linea agonistica, senza gradirla granchè.

Poi, quasi per sbaglio, prende in mano un azzurro telaio, tira fendenti a destra e a manca e decide di adottarla, tra le perplessità di allenatore e compagni.

Una nota, la racchetta inizialmente scelta da Moya era addirittura la Soft Drive, quella che si pensava di indirizzare ad amatori e ragazzini.

Eppure il nerboruto maiorchino gradisce, e fa il suo esordio fiammeggiante impugnando il nuovo attrezzo al torneo indoor di Parigi Bercy.

I frizzi e i lazzi dei colleghi per quella racchetta da “fighetta” durano poco, visto che Carlos entra nei top 20 e nel breve volgere di un anno e mezzo, porta a casa il titolo a Roland Garros e il primo posto del ranking ATP.

La Pure Drive è cresciuta, per numero di versioni ed aggiunte, quali il sistema GT, il woofer e tanti ammennicoli belli.

E’ stata impugnata da numeri uno, peones e giovani speranzosi, da amatori insoddisfatti da amazzoni da circolo, da anziani doppisti e da maestri impomatati, ma la struttura è rimasta sostanzialmente invariata.

E’ stato un oggetto innovativo, in quanto ha sdoganato i telai rastremati e potenti all’utenza agonistica, quando prima si riteneva fossero adatti solo agli amatori.

Una sorta di cannone, con inusuali propensioni al controllo.

Rivoluzionario a suo modo, se vogliamo, ha imposto un cambio radicale alla impostazione del colpo, favorendo la scuola dell’open stance, delle aperture aperte, del batti e corri, una nuova generazione di ragazzini terribili, che hanno fatto di uno stile non proprio ortodosso, una regola per il tennis moderno.

Ora ne esce la versione Wimbledon , attrezzo marchiato dal più grande torneo del mondo, grafica similare all’attuale versione in commercio con gli inserti verdi anziché azzurri.

Va detto che è la versione 2016, un concetto che ha cambiato radicalmente la pure drive, ponendo il reticolo delle corde a minore distanza, soprattutto verso la parte alta della racchetta.

Questo a contribuito a creare un attrezzo meno “sparatutto”, pregio e difficoltà stessa , insita nella pure drive.

Una racchetta secca, con una maggiore propensione al controllo, tanto che è stata adottata da molti professionisti , incluso Fabio Fognini.

Sul campo è un attrezzo duttile, non di grande feeling, anche se le “smorze” escono comunque se ben toccate, ma di grande rendimento.

La palla esce veloce e pesante, connubio sempre gradito ed è sicuramente meno facile tirare contro i teloni di fondo (cosa che con la vecchia PD non era difficile).

E’ un attrezzo moderno, scordatevi la vecchia impugnatura continental, la palla va arrotolata, coperta, allora si che non si sbaglia mai.

Il back invece è favorito in ogni modo, non si alza la traiettoria, rimane bella tesa.

Insomma, una pure drive classica più tosta, pure marchiata Wimbledon.

Edizione limitata.

Affrettarsi.

 

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