cancellotti

Gli anni ottanta videro gli ultimi bagliori dei campionati italiani assoluti.

Determinanti negli anni sessanta, mitici nei settanta’s, deliziosamente fanè negli anni dell’edonismo reganiano.

Ultimi lampi di luce blu, per una manifestazione che cadde nell’oblio, provò la via indoor in tetri palazzetti di provincia, prima di essere definitivamente cancellata.

Ed è interessante scorrere le cronache e i personaggi dell’epoca.

Un anno agonistico che sovente iniziava a febbraio inoltrato per i nostri ( l’Australia era un optional) e si chiudeva proprio alle porte di ottobre, con una manifestazione la cui vittoria poteva ancora giustificare una stagione.

Un noto giocatore si avventurò ad affermare che, una vittoria agli assoluti valeva una posizione tra i primi 20 del mondo (!).

Un altro addirittura cancellò la partecipazione agli US Open ( in tabellone !), doveva allenarsi per gli assoluti.

La RAI all’epoca non regalava molto, ma per il torneo ci si accomodava in poltrona, per delle maratone pomeridiane popolate di volti vieppiù sconosciuti a noi paperini.

Le locations erano periferiche, i campi rigorosamente in terra rossa, spesso bagnata dalle pioggie autunnali, Sanremo, Ancona, Perugia, Bari,Reggio Emilia, il tour dei nostri protagonisti, che erano quel che erano.

Adriano aveva finito, sostituito dalla pallida ombra del fratello Claudio, un Adriano più leggero e inconsistente, Barazzutti aveva fatto in tempo a raccogliere gli ultimi allori (81/82) poi si era fatto diligentemente da parte, Ocleppo divertiva ma non era campione.

Furono gli anni di Francesco Cancellotti, detto Cancilla, perugino dal dritto mortifero, che vinse due volte di fila, la seconda nella natia Perugia contro il compagno di circolo, Michele Fioroni, un altro che giocava solo col dritto.

Ricordo che piovvero in campo i cuscini, a suggellare il trionfo del giovanotto, mentre sul TC Perugia incombevano nuvole scure.

Tralasciamo Camporese e Canè, quelli se li ricordano anche i sassi, e passiamo ad altri bei tipi che scorrazzavano sui campi.

Corrado Aprili, un veronese che quando scendeva a rete pareva un albatross, per via di braccia lunghissime, spavaldo raggiunse la finale nel 1986 a Bari contro Paolino, a furia di botte di servizio.

Vinto il match in tre sets, Canè si affannò a proclamare incontenibile ; “datemi Mac”!

Un altro lungagnone, meglio conosciuto per via del papà, unico gregario a vincere un giro d’Italia, Paolo Pambianco, raggiunse anche lui una bella finale.

“Quando le botte di questo ragazzo entreranno dentro le righe del campo, saranno guai per tutti”, vaticinò un cronista incauto.

Le botte in campo però rimasero in fieri.

E Ferrante Rocchi Lanoire ?

Longilineo, il viso aguzzo e fiero, di nobili origini transalpine, fu protagonista di varie edizioni, raggiungendo i quarti nell’85 a Torino.

Perosnalmente non riuscì mai a risolvere un ozioso problema ,  era un Conte ? ( versione Matchball), o un Marchese ? (versione Il Tennis Italiano).

E poi ricordiamo tra gli altri ; Moscino , Zampieri, l’oriundo Rigagnoli, Simba Colombo specialista del doppio, Claudio Pistolesi e Dodo Artaldi, ora affermato manager sportivo.

Aneddoti graffiti che strapperanno un sorriso.

Come quello del giudice arbitro che al giocatore top 100 chiede la tessera Fit all’atto dell’iscrizione.

“Tessera FIT” ?

“E che è ? mai sentita” ?

Cade dalle nuovole l’altro.

O come il supervisor, il compianto Bartoni, che prende un oretta e scende in campo in doppio a sfidare due baldi giovinotti.

E pensa, porta a casa anche la partita !

Le ragazze poi erano uno spettacolo. A volte sembrava di assistere a un torneo di minimosca.

Prendete la Pizzichini, la Piccolini e la Bonsigori, tre scriccioli che a pesarle forse facevano una Serena Williams.

Ma che grinta, tra le donne.

Games ringhiati e strappati via, fiere rivalità, (vedi Cecchini Pizzichini). I pallonetti volavano altissimi , le partite infinite, le strette di mano finali a scivolare via , i visi tirati delle perdenti, angosce omeriche e match point buttati, affossando rovesci da metà campo.

Che tempi.

Un anno (1989) i campionati li vinse perfino tal Ginevra Mugnaini, una seconda categoria

“Pallidi riflessi di provinciale interesse”, scrisse Tommasi, mentre già il decennio era volato via , la moda del wind surf accantonata, la Milano da bere andava asciugandosi, cosi come un torneo che scivolò via, come i nostri pomeriggi sul divano.

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata

16 − quattordici =