La fascia a scacchi bianca e nera è li abbandonata sul tavolino della mia vecchia cameretta, tra il modellino di uno Spitfire e una vecchia agenda del 1987.

C’è una vecchia foto mia in compagnia di un paio di amici, il mare color tabacco ribolle contro un vecchio molo di Brighton, insieme a un paio di amici, strizziamo gli occhi, in direzione del sole.

Se ci fosse un icona eighties nel tennis, la individuerei senza dubbio e senza pose in quel biondo massiccio con la faccia da malandrino, che indossava la suddetta fascia bianca e nera come se esibisse una bandiera pirata.

Un veloce e agile brigantino, che veleggiò rapido e inarrivabile sui campi di Londra, Melbourne e New York, zavorrato da una struttura fragile, a dispetto della corazza esteriore e delle gambone veloci.

Come Russel Crowe, l’interprete ideale se mai ci fosse un film autobiografico, Pat fu sempre un tipo irruento, peli sulla lingua zero, rude e assolutamente misogino come i cacciatori del bush, l’arida savana  australiana dove corrono imprendibili i dinghi, una razza di cani aussie, magri feroci e intelligenti.

“Il tennis femminile ? Due set di spazzatura che durano in media mezz’ora”, dichiarò imperturbabile, a-domanda-risponde, scatenando le ire delle tenniste femministe, Billie Jean King in testa.

Solo una serie ripetuta di acciacchi gli impedì di riportare quello che il suo gioco meritava, ma non di raggiungere l’olimpo che da soltanto una vittoria a Church Road.

Nato nei sobborghi di Melbourne, il giovane Pat fu inizialmente attirato dall’ Aussie Rules, un ibrido violento tra il rugby e il calcio, popolarissimo down under, virò al tennis in tempo per vedere gli ultimi grandi serve and volleyers australiani.

Giocava un tennis istintivo, costruito sui campi spelacchiati dei sobborghi di St. Kilda, già atleticamente formato in giovane età, scaricava saette violente e sprintava a rete, dove chiudeva con schiacciate talmente violente, che ogni tanto spezzavano le fragili racchettine di legno.

Aggregato al programma giovanile australiano, vennero presto le prime lunghissime trasferte oltreoceano.

Nella sua (ottima) biografia “Uncovered”, ricorda con piacere il suo primo volo transoceanico che lo portò proprio a Milano, per giocare il torneo dell’avvenire.

Giocava già da grade l’aussie, la palla pesava un quintale, lasciò presto gli junior senza rimpianti e con due titoli dello Slam ( Wimbledon e New York).

Il diciassettene Pat irrompe nel circuito vincendo tre tornei, tutti in Australia sull’amata, spelacchiata erba, di Melbourne e Brisbane.

Gioca come un pirata , i suoi match sono una serie di arrembaggi , leggeri ed allegri.

Sui suoi turni di servizio Pat prende la rete dietro morbidissimi servizi a uscire, tirati con una Prince di alluminio di quelle che si compravano al supermercato.

Sui servizi avversari Cash gioca chip and charge coraggiosi e irridenti, poi si attacca alla rete e si arrampica sui lob avversari, manco avesse un verricello.

Non particolarmente brillante da fondo, si arrangia con dritto, si appoggia alle bordate avversarie con il back di rovescio.

La tattica rimane obbligata,  un seguire brioso e spumeggiante di gioco dietro a un istinto, affinato dal suo vecchio coach, Ian Barklay.

Un altro bel tipo questo.

Baffetto da tombeur de femmes , capello lungo e bianchissimo , sembrava Philippe Noiret, lo Yanez di “Sandokan”, mancava solo la paglietta e il cigarillo stretto tra le labbra

Si conoscevano da quando Pat aveva 11 anni e nessuno meglio di lui riuscì a seguire un cavallo così indomabile.

Nel 1983 vince la sua prima a Davis strapazzando una fragile, favorita, Svezia.

L’anno seguente fa parte del cast di ; “1984, the US Open tennis supersathurday” .

Giunge a match point contro Ivan lendl, che lo beffa acrobaticamente in volata.

Una sconfitta cosi cocente , unita ad alcuni problemi fisici, lo lascia per un paio di anni ai margini del circuito.

Le arti piratesche, l’ arrembaggio a tradimento, la cannonata violenta sulle fiancate avversarie sembrano ormai perdute, come “l’olandese Volante” il veliero fantasma, Pat si aggira sul circuito ormai domo.

Suona la chitarra con amici famosi, non nega di frequentare bad companies, birra, droga e Rock n Roll, le donne arrivano e poi passano.

Arriviamo al dicembre del 1986, finale di Davis Cup , sempre contro la Svezia.

Nonostante gli acciacchi , Pat si carica la squadra sulle spalle.

Sotto due set a zero contro un Pernfors che passava come nessuno , nel silenzio del vecchio stadio di Kooyong rimbomba una piccola voce che dice soltanto ; “ all we need a miracle” , “c’è bisogno di un miracolo”.

Pat lo realizza e rimonta sino al trionfo.

La vittoria in Davis da il viatico a Pat, per il suo miglior torneo.

Il brigantino pirata ricomincia a veleggiare su Campo centrale di Wimbledon durante un  luglio di un 1987 rumoroso e carico di rimpianti, vanamente inseguito dal vecchio Ivan.

Ormai un pesante e bolso galeone spagnolo, invano proteso a cercare di centrare con le sue bombarde l’equilibrista di Melbourne.

Ormai all’ultima spiaggia, Ivan le stava provando tutte, un allenamento mirato sul verde, il cambio di racchetta per un attrezzo più leggero e potente, l’ingaggio di Tony Roche per imparare a piazzare mobide volèès.

Sbuffò disperatamente, rovesciò l’inferno sulla filibusta Ivan il matto, finì invano le ciglia, strappate rabbiosamente come a torturare un prigioniero e seminate sul centrale come becchime per gli uccelli della sera.

Il galeone di Ivan cominciò ben presto a sbandare, perdere pezzi , mentre gli armieri si affannavano a buttarsi in mare per evitare l’abbordaggio.

Pat chiuse trionfalmente con una volee di dritto a campo aperto, gonfiò il petto, quindi prese a scalare la tribuna, mentre una passarella veniva metaforicamente spinta sulle murate di Church Road e  la folla inneggava a spingere giu Ivan, nei marosi del perdenti (wimbledoniani si  intende).

Nel mentre il pirata scalava la tribuna, metteva i piedoni in testa a qualche riottoso visconte e a qualche americano del midwest in trasferta, per raggiungere il clan.

Un abbraccio collettivo mentre la folla impazziva e sventolava fazzoletti festanti, il brigantino stava tornando in porto, carico di ori e di tesori, la tortuga impazziva, barili di rum versati.

In alto i cuori filibusta.

 

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata

2 × due =